Il 24 giugno 2016, il tabloid controllato dalla famiglia Murdoch festeggiava il referendum a modo suo: See EU later (ci vediamo dopo, giocando sull’assonanza tra you e EU e l’avvio della separazione dell’Isola dall’Europa).

Il 14 novembre 2018, oltre due anni di trattative dopo, il titolo sull’accordo di May con Bruxelles suona un po’ meno entusiastico: «We are in Brexshit». La copertura mediatica della rottura fra Regno Unito e UE ha provocato una frattura di rara profondità nella stampa anglosassone, spaccata in due fra testate favorevoli al leave e remain, uscita o permanenza nell’Unione Europea.

Una battaglia iniziata prima del voto e rimasta in piedi dal referendum in poi, quando l’alternativa secca fra sì o no si è trasformata nel confronto fra Hard e Soft Brexit: lo stillicidio negoziale che andrà avanti fino al 29 marzo 2019, sempre che le dimissioni di Theresa May non spingano sul baratro le trattative con l’Europa.
La narrazione vuole una dicotomia fra l’aggressività antieuropea dei tabloid come il Sun e la prudenza, anche contabile, di quotidiani più blasonati come il Financial Times. Il quadro è fondato, ma in ballo non sono finite solo le scuole di pensiero o il target editoriali. Brexit ha costretto l’industria dei media britannici anche una scelta di campo più qualitativa, che ideologica, fra il lanciarsi in un endorsement o tentare di conservare l’equidistanza. In tanti hanno scelto la prima via. Altri hanno cercato di preservare la seconda, finendo comunque sulla traiettoria di entrambe le fazioni.

Un report pubblicato a ridosso del referendum, realizzato in tandem dal Reuters Institute for the Study of Journalism e la società di analisi Prime Research, ha provato a fare ordine sulle scelte di campo sposate prima del voto. Su un campione di quasi 2.400 articoli dedicati al solo referendum, il 41% offriva contenuti a favore della Brexit, contro un 27% favorevole alla permanenza nei confini UE.

Fra 10 delle testate più lette nel Paese, sei risultavano schierate per la rottura (tra cui i tabloid a grande tiratura come Daily Express, Sun e Daily Mail), tre per il remain (Daily Mirror, Guardian e Financial Times) e uno, il Times, sospeso a metà: in teoria imparziale, di fatto sbilanciato sul Leave. La divergenza di vedute si è manifestata, secondo l’indagine, anche nei tasti di battere e nelle sfumature emotive impresse al momento storico. I tabloid in campagna per la Brexit hanno insistito su concetti più generici come sovranità e anti-immigrazione, oltre a sfumare il racconto nell’idillio di una «liberazione» di Londra dai paletti europei. I quotidiani a favore della permanenza si sono concentrati sui fattori economici e scelto toni più pessimistici.

«I giornali più blasonati si sono concentrati sull’economia, mentre quelli popolari hanno insistito sull’immigrazione – prosegue Kleis Nielsen – I primi hanno usato fonti esperte, mentre i secondo hanno citato prioritariamente politici britannici. Quasi solo del Partito conservatore». L’esito, secondo il Reuters Institute, è stata la creazione di «bolle» cognitive, utili a rinforzare schieramenti già delineati prima del voto: la provincia ha scelto in massa l’addio all’Europa, le grandi città (e i giovani) si sono schierati per la permanenza.

E qui si arriva alla seconda scelta di campo, quella ancora precedente: schierarsi o restare di lato. Un’istituzione come la BBC ha preferito tentare la via della terzietà anche di fronte alla polarizzazione violenta che si è creata su tutta l’editoria britannica. Una linea che ha finito, come da copione, per ritorcerle contro le insoddisfazioni di entrambe le parti in campo. I fan della Brexit le hanno rinfacciato di essere smaccatamente a favore della permanenza della UE, i fan del remain hanno lamentato il contrario.
Aggiungendo, però, un argomento capace di creare più imbarazzo rispetto alle accuse della controparte. I sostenitori dell’integrazione UE hanno evidenziato proprio lo scarto qualitativo delle argomentazioni dei due fronti, accusando la BBC di dare spazio anche a figure con poche credenziali per parlare in pubblico.

Alle spalle della Brexit, e delle sue inquietudini, c’è un rapporto di lunga diffidenza nei confronti dell’Europa. Intese come le sue istituzioni, gli apparati oggi derubricati dai tabloid a «ceppi» sulla libertà commerciale e politica del Regno. Per non parlare di uno dei capi di imputazione sollevati più di frequente, quello di aver spalancato le porte del Regno all’invasione incontrollata di migranti dal Continente.

La stampa inglese ha avuto il suo ruolo, anche se i rapporti con l’establishment europeo non sono sempre stati così bellicosi. Testate come il Sun e il Daily Mail sono passati nell’arco di un decennio da spendersi in favore del remain al referendum del 1975 (quando il sì alla permanenza nell’allora Comunità Europea vinse con il 67,2%) all’ostilità esplosa dagli anni ’80 in poi. Buona parte dell’insofferenza è stata dovuta all’immigrazione e all’obbligo di sottostare ai «diktat di Bruxelles», nel rimpianto del magnifico isolamento del Regno.

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