Dopo cinque ore di discussioni definite dalla May «lunghe, dettagliate e appassionate», la Premier ha annunciato che i suoi ministri avevano approvato «l’accordo migliore che fosse possibile raggiungere».

La scelta, ha detto la May, era tra il compromesso da lei proposto che «permette alla Gran Bretagna di riprendersi il controllo delle proprie leggi e delle frontiere, mettendo fine alla libera circolazione delle persone e che protegge i posti di lavoro», un mancato accordo che sarebbe stato deleterio per l’economia oppure una rinuncia a Brexit.

La Premier ha cercato di convincere i ministri più contrari al compromesso da lei proposto spiegando che era l’unica soluzione possibile e l’unica alternativa a un’uscita dalla UE senza un’intesa, la cosiddetta “hard Brexit”, oppure a un tradimento della volontà degli elettori che avevano votato per l’uscita dall’Unione. La luce verde del Governo, per quanto faticosamente raggiunta, dovrebbe ora spianare la strada alla pubblicazione del testo da parte dell’Unione Europea e poi a un summit straordinario UE il 25 novembre.

«Questa è una decisione che è stata presa nell’interesse della Gran Bretagna», ha sottolineato la May, che ha convinto i suoi ministri a sostenerla proprio quando ormai circolavano voci sia di nuove dimissioni di ministri per protesta contro il compromesso proposto sia di un possibile voto di sfiducia contro la Premier. Secondo voci attendibili decine di deputati conservatori hanno già firmato la lettera. Bastano 48 firme, il 15% dei deputati conservatori, per far scattare il voto. Il progetto della May è stato osteggiato da entrambe le parti, sia dal fronte pro-Brexit che dal fronte pro-UE, perché, come ha detto ieri il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, costringe la Gran Bretagna a «restare nel limbo per un periodo di tempo indefinito senza poter avere voce in capitolo».

L’intesa raggiunta con la UE prevede infatti che dopo la data ufficiale di Brexit il 29 marzo 2019 il Regno Unito resti a far parte dell’unione doganale per un periodo di tempo imprecisato fino a quando verrà raggiunto un accordo commerciale bilaterale definitivo.

Il compromesso, studiato sia per evitare code alle dogane che per risolvere il problema del confine interno irlandese, sembra non avere soddisfatto nessuno. Il timore è che l’accordo costringa la Gran Bretagna a rispettare regole UE per anni senza avere modo di influenzarle e senza poter negoziare accordi commerciali bilaterali con Paesi Terzi.
Anche il nodo dell’Irlanda del Nord non sembra essere stato risolto. Il Democratic Unionist Party, dal quale la May dipende per la maggioranza in Parlamento, ieri ha espresso gravi riserve sull’accordo che secondo loro non offre garanzie sufficienti che l’Irlanda del Nord non sia trattata diversamente dalle altre nazioni del Regno Unito – Inghilterra, Galles e Scozia.

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