«Restano ancora non risolte alcune questioni chiave come il confine Irlanda – Irlanda del Nord» recita il comunicato del Consiglio che riporta le informazioni rese dallo stesso Barnier agli altri 27 Paesi.

Il testo con cui la Gran Bretagna si separa dall’ Unione Europea sarebbe pronto, la questione dei confini irlandesi che da mesi agita il governo di Londra e rallenta i negoziati è una delle questioni che più politica non potrebbe essere. Ed è qui che tutto si blocca: ha Teresa May la forza di proporre e imporre un accordo al suo governo e alla sua maggioranza?

Perché è nel Regno che si decide se effettivamente la data del 29 marzo 2019 sarà un più o meno quieto passaggio dallo status di membro UE a quello di partner o un salto nel vuoto senza un accordo ne risentirebbe soprattutto la Gran Bretagna e getterebbe nel panico i mercati – come riferito in una nota ai suoi clienti Goldman Sachs si diceva sicura di un accordo la cui probabilità stimava al 70%.

I sondaggi danno ancora, oggi come due anni fa, un Paese profondamente diviso. Il maggiore ostacolo a un secondo voto nasce non solo dal fatto che la Premier si oppone con tutte le sue forze a simile eventualità ma anche da uno dei più probabili scenari: se il parlamento britannico boccerà l’accordo raggiunto da May con Barnier, l’opposizione laburista non chiederà un secondo referendum ma nuove elezioni politiche, il che non costituisce una negazione di Brexit ma neanche una sua accelerazione.

Un secondo referendum sarebbe possibile solo con un voto parlamentare che si esprimesse in questo senso, possibilità esclusa dai Brexiteers secondo i quali un secondo voto porterebbe dritti a una crisi costituzionale. Un summit UE su Brexit è fissato per il 13-14 dicembre.

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